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La guerra in Ucraina sta provocando danni sul piano economico. I costi dell’energia, delle materie prime e di quelle alimentari in tutto il mondo sono aumentati del 600%.
La Fed, la banca centrale americana, ha aumentato i tassi. Il dollaro ha raggiunto ormai la parità con l’euro. Solo un anno fa veniva scambiato a 0,82. Il problema dell’euro è però politico. Non a caso Draghi e Macron, a Parigi, e poi Ursula von der Leyen e Sergio Mattarella, a Roma, hanno discusso di come arrivare alla revisione dei trattati e finanziare l’uscita dalla crisi. E hanno anche discusso su come tentare di arrivare prima e meglio possibile alla fine della guerra ucraina. E non è detto che ci riusciranno. Solo se l’invasione russa è motivata da rivendicazioni territoriali, si potrebbe forse sperare in una conclusione negoziale breve, altrimenti i tempi saranno più lunghi. La sostenibilità del debito italiano (148% del Pil) e l’euro sono di nuovo in pericolo. Se i tassi non scenderanno, il nostro Paese potrebbe non essere in grado di rifinanziare il debito sui mercati senza l’aiuto della Bce. Eppure il sistema Italia al momento regge. Non bisogna però saltare a conclusioni affrettate su globalizzazione e politiche antinflazionistiche. Come ammonisce Domenico Siniscalchi, vice presidente di Morgan Stanley, gli effetti su crescita e inflazione vanno capite prima che sia troppo tardi perché incidono sulla catena dell’offerta. In tal modo gli interventi da ciclici si trasformano in strutturali. Pur risentendo non solo della crisi dei combustibili fossili, ma anche della pandemia e dei fenomeni climatici estremi quali la siccità in corso, il nostro quadro macroeconomico tiene più di quanto si possa pensare.

Nel luglio scorso si prevedeva che il Pil a fine anno avrebbe registrato un incremento del 5% sul 2020. I risultati, con una crescita del 6,6%, sono stati addirittura superiori: uno dei più corposi rimbalzi dal dopoguerra. Per l’anno in corso le previsioni della Commissione Ue si fermano al +2,4% a differenza di quelle del nostro governo che sono del 3,1%. Attualmente il Pil del primo semestre è del 2,6%, comunque superiore a quello dell’ultimo trimestre 2021. Purtroppo la veridicità delle previsioni è messa in dubbio dalla fragile stabilità del nostro governo e dal rischio di elezioni in autunno. In un contesto così complesso e precario, l’auto a livello mondiale è riuscita a trasformare a proprio vantaggio la carenza di semiconduttori da Taiwan e di altri componenti da alcune aree dell’Ucraina in guerra. Secondo uno studio Ernst &Young, lo scorso anno le sedici maggiori Case auto avrebbero aumentato i loro profitti del 168%, nonostante le loro vendite siano aumentate solo dell’1,2% rispetto ai minimi storici del 2020. In valore i profitti sono passati in un anno molto travagliato da 50 a 134 miliardi. Questa tendenza pare sia confermata per l’anno in corso, con un aumento dei profitti del 19% nel primo trimestre a fronte di un calo di vendite dell’11%. L’incredibile risultato è stato possibile semplicemente dirottando i pochi componenti disponibili sulla produzione di modelli di alta gamma più costosi, più redditizi e soprattutto meno bisognosi del supporto di costose campagne promozionali perché meno price-sensitive.
Senza l’eccessiva spinta delle Case a imporre obiettivi mensili esasperati, anche i dealer stanno respirando, collezionando profitti interessanti come emerso dal cruscotto Snap-on pubblicato lo scorso mese, di cui pubblicheremo nel prossimo numero l’aggiornamento al primo semestre dell’anno in corso.
Nel numero di luglio, pubblichiamo sullo stesso tema uno studio di Italia Bilanci curato dal nostro Fausto Antinucci sullo stato di salute di 20 storiche Case di tutti i continenti.
Un interessante inedito, ricco di dati, di cui consigliamo la lettura. Noi ci fermiamo qui per ritrovarci a settembre dopo cinque mesi di attività molto intensa. 

Buone vacanze!

Capire i trend prima che sia troppo tardi

La guerra in Ucraina sta provocando danni sul piano economico. I costi dell’energia, delle materie prime e di quelle alimentari in tutto il mondo sono aumentati del 600%.
La Fed, la banca centrale americana, ha aumentato i tassi. Il dollaro ha raggiunto ormai la parità con l’euro. Solo un anno fa veniva scambiato a 0,82. Il problema dell’euro è però politico. Non a caso Draghi e Macron, a Parigi, e poi Ursula von der Leyen e Sergio Mattarella, a Roma, hanno discusso di come arrivare alla revisione dei trattati e finanziare l’uscita dalla crisi. E hanno anche discusso su come tentare di arrivare prima e meglio possibile alla fine della guerra ucraina. E non è detto che ci riusciranno. Solo se l’invasione russa è motivata da rivendicazioni territoriali, si potrebbe forse sperare in una conclusione negoziale breve, altrimenti i tempi saranno più lunghi. La sostenibilità del debito italiano (148% del Pil) e l’euro sono di nuovo in pericolo. Se i tassi non scenderanno, il nostro Paese potrebbe non essere in grado di rifinanziare il debito sui mercati senza l’aiuto della Bce. Eppure il sistema Italia al momento regge. Non bisogna però saltare a conclusioni affrettate su globalizzazione e politiche antinflazionistiche. Come ammonisce Domenico Siniscalchi, vice presidente di Morgan Stanley, gli effetti su crescita e inflazione vanno capite prima che sia troppo tardi perché incidono sulla catena dell’offerta. In tal modo gli interventi da ciclici si trasformano in strutturali. Pur risentendo non solo della crisi dei combustibili fossili, ma anche della pandemia e dei fenomeni climatici estremi quali la siccità in corso, il nostro quadro macroeconomico tiene più di quanto si possa pensare.

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