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Sono ancora gravi le difficoltà che il mercato sta affrontando e proprio non c’è traccia dell’inversione di tendenza che gli incentivi dovrebbero innescare. Giugno immatricola 127mila autovetture, facendo chiudere il mese con una flessione del 15%. Si tratta del dodicesimo risultato negativo a due cifre consecutivo. Nel primo semestre, dove ora si contano 684mila nuove immatricolazioni, le perdite superano le 200mila unità, il 22,7% in meno tendenziale. Nei 12 mesi passati, il trend negativo ha scavato un solco che supera la mancanza di 422mila unità. Un mercato che rimane nella morsa della crisi, con gli effetti degli incentivi ancora non visibili e probabilmente destinati a non esserlo affatto, almeno per quest'anno. In tema di incentivi l’Unrae ha espresso soddisfazione per il prolungamento dei termini di conferma delle prenotazioni, portati da 180 a 270 giorni, scadenza valida per gli incentivi 2022, ma per quelli del 2021 applicabile solo ai veicoli prenotati dal 1° ottobre 2021. In questo contesto, dove di certo non è facile fare previsioni, c’è da segnalare che le verifiche di metà anno, hanno indotto Dataforce a rivedere fortemente al ribasso le stime per il 2022, pur mantenendo una visione ottimistica. La previsione viene ora aggiustata a 1 milione e 231mila autovetture, volume che corrisponde a un calo del 15,8% a fine anno. Si stima dunque un mercato capace di recuperare, in sei mesi, il passivo di 6,8 p.p. In pratica da qui a fine anno andranno perse solo ulteriori 25mila passenger car. Come dire che i prossimi sei mesi sono visti praticamente al livello dello scorso anno. Vedremo già da luglio se il passo è destinato a cambiare. Nell’analisi per canale di vendita, giugno evidenzia una flessione per tutti gli utilizzatori: i Privati registrano una diminuzione in linea con il mercato; le autoimmatricolazioni crollano del 41%. NLT negativo con un -1,7%, Società -12%. Il Breve Termine scende a -13,6%.
Mercato Italia - Giugno 2022 - immatricolazioni per marca
Top 10 Italia - Giugno 2022

Capire i trend prima che sia troppo tardi

La guerra in Ucraina sta provocando danni sul piano economico. I costi dell’energia, delle materie prime e di quelle alimentari in tutto il mondo sono aumentati del 600%.
La Fed, la banca centrale americana, ha aumentato i tassi. Il dollaro ha raggiunto ormai la parità con l’euro. Solo un anno fa veniva scambiato a 0,82. Il problema dell’euro è però politico. Non a caso Draghi e Macron, a Parigi, e poi Ursula von der Leyen e Sergio Mattarella, a Roma, hanno discusso di come arrivare alla revisione dei trattati e finanziare l’uscita dalla crisi. E hanno anche discusso su come tentare di arrivare prima e meglio possibile alla fine della guerra ucraina. E non è detto che ci riusciranno. Solo se l’invasione russa è motivata da rivendicazioni territoriali, si potrebbe forse sperare in una conclusione negoziale breve, altrimenti i tempi saranno più lunghi. La sostenibilità del debito italiano (148% del Pil) e l’euro sono di nuovo in pericolo. Se i tassi non scenderanno, il nostro Paese potrebbe non essere in grado di rifinanziare il debito sui mercati senza l’aiuto della Bce. Eppure il sistema Italia al momento regge. Non bisogna però saltare a conclusioni affrettate su globalizzazione e politiche antinflazionistiche. Come ammonisce Domenico Siniscalchi, vice presidente di Morgan Stanley, gli effetti su crescita e inflazione vanno capite prima che sia troppo tardi perché incidono sulla catena dell’offerta. In tal modo gli interventi da ciclici si trasformano in strutturali. Pur risentendo non solo della crisi dei combustibili fossili, ma anche della pandemia e dei fenomeni climatici estremi quali la siccità in corso, il nostro quadro macroeconomico tiene più di quanto si possa pensare.

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